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Comunicato stampa del 27.11.18

ANNUNCIATI I VINCITORI DELLA SETTIMA EDIZIONE DEL PREMIO FRANCESCO FABBRI PER LE ARTI CONTEMPORANEE

 

Sabato 24 novembre nel corso del vernissage della mostra collettiva dei finalisti a cura di Carlo Sala sono stati annunciati alla stampa e al pubblico i vincitori ed i menzionati della Settima edizione del Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee.

 

A vincere la settima edizione del Premio Fabbri nella sezione “Arte emergente” è Was it me? Screen memories (2017) di Luca Staccioli (Imperia, 1988). L’opera tratta il tema del viaggio attraverso immagini vernacolari prelevate da piattaforme social di condivisione, fotografie provenienti da archivi storici e souvenirs di vari natura (da una bottiglia di Coca-Cola riempita di sabbia alla riproduzione della Tour Eiffel, da un barattolo di conserva tunisina a delle vecchie cartoline dell’Eritrea). A scandire il video sono una serie di frasi che pongono degli interrogativi su come sia fallace la narrazione identitaria, sulle scorie dell’immaginario colonialista e in generale su come l’iperconnessione digitale risulti inefficace per colmare le distanze fisiche ed emotive. Una riflessione di stretta attualità è condotta anche da Ruth Beraha (Milano, 1986) con Io non posso entrare (autoritratto) del 2018 che ha ricevuto la prima menzione della giuria. Per l’artista è stata fondamentale la lettura del romanzo Lo schiavista (2015) di Paul Beatty dove il protagonista afroamericano si ritrova imputato dinanzi alla Corte Suprema di Washington per aver reintrodotto la segregazione razziale alle porte di Los Angeles arrivando ad avere uno schiavo personale; lo scrittore, attraverso una narrazione ironica e paradossale, racconta la vicenda di una comunità dove le negazione improvvisa dei diritti fondamentali produce nuove consapevolezze negli abitanti. In modo similare, Ruth Beraha con il suo intervento dalle fattezze minimali (una elegante targa in ottone con inciso “Vietato l’ingresso agli ebrei e agli omosessuali”) vuole scuotere le coscienze odierne spesso anestetizzate di fronte al razzismo latente nella società. La seconda menzione della giuria è andata a Fabio Ranzolin (Vicenza, 1993) per l’installazione Be muscular, be hairy, be virile, be burly, be arrogant, be glacial, be hard, be a man (part.1) del 2017 che riflette sull’identità di genere. Il titolo del lavoro enuncia in modo imperativo una serie di caratteristiche a cui l’uomo deve adeguarsi (secondo una scala di ‘valori’ mutuati dai regimi del Novecento) per aderire ad uno stereotipo sociale che non tiene conto dei caratteri soggettivi del singolo. L’opera (composta da finestre, tapparelle anni Ottanta e delle riviste pornografiche), sembra incarnare il momento di passaggio – intimo e travagliato – dall’infanzia alla scoperta della sessualità.
Mimì Enna (Oristano, 1991) ha vinto la sezione “Fotografia contemporanea” del Premio Fabbri 2018 con il lavoro Senza titolo 1 e 2 (dalla serie To get some air) del 2017. L’opera è stata realizzata durante una residenza al Villaggio Eni di Borca di Cadore, l’utopico progetto urbanistico costruito tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta su impulso di Enrico Mattei. L’artista ha voluto riconnettere simbolicamente l’interno dell’edificio (abbandonato da anni) con il paesaggio che lo accoglie proiettando le locali catene montuose sui mobili e oggetti originali della colonia: è una rigenerazione del luogo in forma poetica attraverso un intervento effimero, poi cristallizzato mediante l’immagine fotografica. La prima menzione della giuria è andata a Tomaso Clavarino (Torino, 1986) per lo scatto To never forget (2018) dalla serie Confiteor (Io Confesso). Questa ciclo, che l’autore porta avanti da oltre due anni, racconta il terribile fenomeno degli abusi sessuali su minori commessi da religiosi alternando ritratti, fotografie d’archivio, still life di oggetti e ritagli di giornale per dare voce e dignità alle vittime che negli anni si sono chiuse in un doloroso silenzio. Ad aggiudicarsi la seconda menzione della giuria è stato Massimo Ricciardo (Darmstadt, 1979) con il lavoro Objects of Migration, Photo-Objects of Art History: Encounters in an Archive (2018). L’opera tratta un tema di importanza capitale per il periodo storico che stiamo vivendo, le migrazioni lungo la rotta mediterranea verso l’Europa, senza la retorica del dolore tipica dell’immaginario veicolato quotidianamente dai mass-media. L’intervento di Ricciardo mette in relazione alcuni oggetti persi dai migranti (come le SIM card dei cellulari) durante il viaggio con le immagini della fototeca del Kunsthistorisches Institut di Firenze, creando così degli inediti dialoghi e cortocircuiti di senso.
Infine, ad aggiudicarsi il Premio speciale TRA / Ca’ dei Ricchi è stato Matteo Valerio (Tampa, 1989) con Dream of intangible culture (2018). Il suo lavoro ruota attorno alle produzioni artigiane strettamente connessa alla storia e alle tradizioni di determinate comunità, mosse da criteri di sostenibilità. A tal proposito, la sua opera unisce simbolicamente alcune lavorazione profondamente legate ai caratteri del territorio dove avvengono: dalla lana alpaca del settore tessile di Biella alle stampe realizzate a carbone a Manchester, dai cotoni della regione del Guizhou in Cina fino ai prodotti di una fonderia della provincia di Vicenza.

 

I vincitori hanno ricevuto un premio acquisto di 5.000 euro e i loro lavori sono entrati a far parte della collezione della Fondazione Francesco Fabbri Onlus, che li custodirà a Casa Fabbri, il centro residenziale teatro di numerosi eventi. I lavori finalisti rimarranno esposti fino al 16 dicembre nella mostra collettiva di Villa Brandolini.

 

La composizione delle Giurie del Premio ha potuto annoverare autorevoli critici e curatori: per la sezione “Arte emergente” Lorenzo Balbi, Lucrezia Calabrò Visconti, Stefano Coletto e Stefano Raimondi; per la sezione “Fotografia contemporanea” Matteo Balduzzi, Daniele De Luigi, Vincenzo Estremo e Francesco Zanot con la partecipazione ad entrambe di Carlo Sala, curatore del Premio.

 

Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee // Settima edizione
a cura di Carlo Sala
Villa Brandolini, Solighetto di Pieve di Soligo (Treviso), Piazza Libertà n°7
25 novembre – 16 dicembre 2018

 

Il Premio è promosso dalla Fondazione Francesco Fabbri in collaborazione con il Comune di Pieve di Soligo. È inserito nel palinsesto regionale RetEventi Cultura Veneto 2018 per la Provincia di Treviso; con il patrocinio di TRA e Landscapestories.

 

Orari di apertura: venerdì e sabato 16.00-19.00; domenica 10.00-12.30 e 16.00-19.00.
Ingresso libero.

 

Per Info: segreteria@fondazionefrancescofabbri.it

 

Note biografiche vincitori

 

Mimì Enna  (Oristano, 1991 ), la sua ricerca si concentra sul significato dell’immagine nei contesti quotidiani in cui essa si palesa. Ottenute attraverso il mezzo fotografico o recuperate da fonti esterne – come libri o materiale on line – le immagini vengono integrate all’interno di installazioni, video e performance, con l’intento di verificare quanto i linguaggi dell’arte possano essere connessi ai modi di agire del quotidiano, alle forme note, a quanto di già esistente e familiare.

 

Tra le mostre personali e collettive in Italia e all’estero, si ricordano:  Archipel Ouest, (Frac, Corte, Corsica); Teatrum Botanicum (PAV, Torino); Distiller (Future Dome, Milano); La grandezza delle mani (P420, Bologna); South Explorer (BAD Foundation, Rotterdam); Ljos (SìM GALLERY, Reykjavik);  From object to exposure, (Ca’ Dei Ricchi, Treviso); #Rebus (oTTo Gallery, Bologna). Ha partecipato a varie residenze in Italia e all’estero, tra cui: Viafarini A.A., (Milano), SPIME Residency (Museo MAN, Nuoro), BAD Foundation Residency (Rotterdam), Dolomiti contemporanee (Borca di Cadore) e SìM Residency, (Reykjavik). Nel 2015 viene selezionata per il workshop Codice Italia Academy curato da Vincenzo Trione alla Biennale di Venezia; nel 2016 vince il Premio Roberto Daolio; nel 2017 vince il premio OVVIO per il Museo Guatelli di Parma; nel 2018 è tra i vincitori del bando per la residenza a La Cité international des Arts a Parigi.
Vive e lavora tra l’Italia e Parigi.

 

Luca Staccioli (Imperia, 1988) intende la sua pratica artistica come una ricerca sperimentale, orientata alla processualità, che include media differenti. Staccioli indaga la natura frammentata del contemporaneo, un palcoscenico sul quale mettere in correlazione un’intima dimensione esperienziale con le dinamiche di costruzione delle narrazioni identitarie, geografiche e storiche. Le sue opere esplorano archeologie del presente attraverso un metodo di stratificazione e combinazione di micro-storie, memorie sradicate, oggetti quotidiani e immagini nomadiche che prolificano nella dimensione globale-locale e negli apparati tecnologici. L’intento è attivare un’azione ermeneutica che metta in discussione la distanza che intercorre tra gli individui e le strutture culturali.
Tra le sue mostre personali: Donner à voir (Fondazione Pini, Milano, 2018, upcoming), The other other, familiar other (a cura di Bite the saurus, Roit Studio, Palazzo Marigliano, Napoli, 2018), Studio Visit (duo show con Federica Glauso a cura di Pietro Gaglianò, Museo Masaccio-Giovanni Mannozzi, San Giovanni Valdarno, 2017)- Tra le collettive si segnalano: The Great Learning (a cura di Marco Scotini, Palazzo della Triennale, Milano, 2017); NESXT, Kalki Club ( a cura di Current project, Torino, 2016); The Great Bubble of Important Nothings (Hole of Fame, Projektraum, Dresda, 2016).
Staccioli ha studiato musica, filosofia, pittura e infine arti visive e studi curatoriali presso la NABA, Milano. Ha preso parte a residenze e workshop tra cui Salzamt International Residency Program, Atelierhaus a Linz, Memory in Pocket, con Luca Vitone, Museo di Arte Contemporanea di Villa Croce, Genova.